La fuga per la vittoria di Miodrag Belodedici

Alphonse Karr, giornalista francese dell’800, diceva: “In amore non ho mai visto che colui che fuggiva non riportasse vittoria.”
È vero, quando ci sono importanti motivazioni in ballo, si dà il massimo per riuscire ad ottenere quella cosa.
La fuga di Miodrag Belodedici non poteva avere un risultato diverso.
Siamo nel 1964 e a Socol, un piccolo paesino al confine tra Romania e Jugoslavia, nasce il piccolo Miodrag.
Madre rumena, padre serbo, disposizione puramente jugoslava tanto che “Mio” comincia a parlare il rumeno negli ultimi anni della scuola elementare.

La passione per il calcio, già da piccolo, è tanta, con una sola squadra nel cuore: la Stella Rossa di Belgrado.
Miodrag è pure bravo a giocare, eccelle nella puntualità degli interventi difensivi, ha autorità a dirigere la difesa grazie a uno spiccato senso tattico, rendendolo negli anni un libero solido e disinvolto a cui non dispiace partecipare alla fase offensiva.
La squadra più importante della Romania, lo Steaua Bucarest, non si fa scappare un talento così e, appena maggiorenne, viene aggregato alla prima squadra.
La Steaua di inizi anni 80′ era una squadra niente male che raggiunse il punto più alto con la vittoria in Coppa dei Campioni nel 1985/1986 contro il Barcellona.
Belodedici tenne a bada il non irresistibile pacchetto offensivo dei blaugrana fino ai calci di rigore con il portiere Duckhadam che compì un capolavoro neutralizzando 4 tiri su 4.

Miodrag divenne uno degli uomini simbolo della vittoria di quella Steaua nonché il beniamino dei tifosi rossoblu.
Ma in Romania, Ceaucescu e il suo regime di dittatura maltrattavano le piccole città di confine come Socol e non gradivano la presenza di un giocatore della Nazionale con origine slave.
Il richiamo allora della Jugoslavia rimbomba nella testa di Miodrag, che si è sentito sempre più slavo che rumeno.
Ed echeggia sempre di più pure il sogno di giocare nella sua squadra del cuore.
E allora via, fuga per la vittoria.
Contro tutto e tutti.
Appena arrivato a Belgrado chiama l’incredulo presidente della Stella Rossa per farsi mettere sotto contratto.
Ci riesce.

Solo che la sua favola ha delle complicazioni ancor prima che inizi.
La Steaua, per ripicca, occulta il contratto firmato da Miodrag e la UEFA lo squalifica per un anno.
Belodedici può solo giocare le gare non ufficiali ma comincia a prendere confidenza con l’ambiente e poi, finalmente, nel 1989, può consacrare il suo battesimo con la Crvena Zvezda.
Subito bis alla sua prima stagione jugoslava con la conquista di campionato e coppa.
Cosa c’è meglio di indossare la maglia della propria squadra del cuore?
Niente.
O forse no.
Perché è emozionante scendere in campo con lo stemma sul petto del club che ami fin da bambino, però vincere la competizione più prestigiosa d’Europa da protagonista, indossando i colori che hai sempre sostenuto, è un qualcosa di impareggiabile.
Miodrag Belodedici ci riuscì nella Coppa dei Campioni 1990/1991, quando la Stella Rossa batté ai rigori il Marsiglia con lo stesso difensore rumeno che mise a segno il terzo rigore nella lotteria decisiva.

Quando però il sogno era nel momento più allettante, con altri due campionati jugoslavi messi in bacheca, nella vita di Miodrag si ripresenta la parola fuga.
Stavolta non per amore, ma per necessità.
La guerra in Jugoslavia si faceva sempre più insistente così nel 1992 è costretto ad abbandonare Belgrado.
Belodedici va dapprima in Spagna, due stagioni al Valencia, una al Valladolid e al Villarreal, poi all’Atlante, in Messico, senza mai trovare grandi motivazioni che lo possano far giocare ad alti livelli come una volta.
Nel 1998 avviene la riconciliazione con la Steaua Bucarest dove chiude la carriera nel 2001 conquistando il suo sesto campionato rumeno.

Due vittorie in Coppa dei Campioni con due squadre dell’est, impresa unica.
Miodrag Belodedici è consapevole che se non fosse fuggito non avrebbe fatto la storia.
Ma un vincente queste cose le sa.
La vittoria non arriva, va sempre inseguita.

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